Se c'è un investimento che gli italiani amano più di tutti è l'immobiliare.
Per decenni possedere case è stato considerato il miglior investimento possibile.
La frase più comune è: “Il mattone non tradisce mai.”
Secondo i dati di ISTAT circa il 70% degli italiani possiede la casa in cui vive.
Molti possiedono anche:
seconde case
immobili ereditati
immobili affittati
Il patrimonio immobiliare complessivo delle famiglie italiane è enorme.
Molti immobili producono rendimenti molto bassi.
In molte città italiane il rendimento netto degli affitti
è pari al 2% – 3% annuo.
E questo prima di considerare:
tasse;
manutenzione;
periodi di sfitto;
spese condominiali;
rischio morosità.
Il rendimento reale può quindi essere molto più basso.
Molte famiglie italiane hanno gran parte
del patrimonio concentrato in:
uno, due o più immobili.
Questo significa avere poca diversificazione.
Se il mercato immobiliare di quella zona scende:
il patrimonio familiare può subire un forte impatto.
Vendere un immobile richiede:
tempo;
costi;
negoziazioni.
Non è un investimento liquido.
In caso di necessità finanziarie rapide
può essere difficile trasformarlo in denaro.
Possedere immobili comporta numerosi costi spesso sottovalutati:
IMU;
manutenzione straordinaria;
ristrutturazioni;
tasse sugli affitti;
spese legali in caso di morosità.
Tutti questi elementi riducono la redditività reale.
Molti italiani possiedono patrimoni immobiliari importanti.
Ma questo non significa essere finanziariamente liberi.
Perché spesso:
il patrimonio non genera reddito sufficiente;
è difficile da liquidare;
richiede gestione.
Il risultato è un paradosso.
Persone con patrimoni anche significativi continuano a dipendere da:
lavoro;
pensione;
vendita degli immobili.
La domanda fondamentale non è: quanto patrimonio possiedi.
La domanda è: quanto reddito genera il tuo patrimonio.
Perché la vera libertà finanziaria nasce
quando il capitale produce flussi di reddito
sufficienti a sostenere
il proprio stile di vita.
La visione tradizionale della pensione
"smettere di lavorare in età avanzata
per dipendere da un assegno statale"
è considerata obsoleta e rischiosa
a causa dell'insostenibilità del sistema INPS.
La pensione moderna viene invece definita come
una situazione di indipendenza,
in cui il proprio tenore di vita non dipende più dal lavoro o dallo Stato,
ma è sostenuto dalle rendite generate dai capitali investiti.
1
Si sgancia la pensione dal concetto di tempo:
Non è più un traguardo legato a un'età anagrafica
(es. 67 o 70 anni),
ma un obiettivo legato al raggiungimento
di una determinata massa critica di capitale.
2
Si ottiene il controllo totale:
A differenza della pensione pubblica,
l'investitore decide se,
quando e quanto ritirarsi dal lavoro,
mantenendo il controllo sui capitali che,
in caso di dipartita,
restano agli eredi invece di estinguersi.
In questo contesto, emerge la visione di Carl Richards, con il concetto di "pensione come flusso finanziario".
Invece di accumulare un capitale per poi consumarlo (decumulo),
rischiando di sopravvivere ai propri risparmi (longevity risk),
l'obiettivo è creare un circolo virtuoso della rendita, una generazione di cassa costante:
la ricchezza accumulata viene investita in modo efficiente per sviluppare una rendita periodica che paga il tenore di vita, senza intaccare (o intaccando minimamente) il capitale principale.
Poiché l'aspettativa di vita media è in costante aumento (oltre gli 82 anni),
il rischio di restare senza soldi in vecchiaia è reale.
Vedere la pensione come un flusso finanziario generato da asset (e non come un fondo da prosciugare)
permette di coprire le uscite anche se si vive molto più a lungo della media.